giovedì 23 luglio 2026

L'Odissea

5 buoni motivi per cui L'Odissea di Christopher Nolan è il suo film definitivo:


1) perché Nolan rielabora il mito omerico smontando l'epica classica per raccontare la parabola interiore di un uomo sconfitto dagli eventi: il suo Ulisse non è un eroe invincibile, ma un veterano della guerra di Troia tormentato dal tempo, dal senso di colpa e dal peso delle proprie scelte. Decostruendo il poema per trasformarlo in un'ossessiva indagine sulla memoria e sul senso del ritorno, il regista firma la riscrittura di un mito immortale che spoglia il divino per mostrare tutta la fragilità, l'ostinazione e la solitudine dell'essere umano; 

2) perché Nolan gestisce il tempo e lo spazio con le sue solite, impeccabili geometrie: dopo i salti temporali di Interstellar, la morsa del tempo di Dunkirk e la struttura a incastro di Oppenheimer, il regista applica il suo marchio di fabbrica al "viaggio" per eccellenza. Il mare diviene un labirinto mentale dove il tempo si dilata, si spezza e si sovrappone: ogni approdo, ogni isola e ogni prova diventano ingranaggi di un meccanismo narrativo di assoluta precisione, in cui la macchina da presa orchestra la sospensione dell'incredulità con una potenza visiva che pochissimi nella storia del cinema hanno mai posseduto;






















3) perché il cast (nessuno escluso) regala interpretazioni viscerali capaci di dare carne e sangue ai simboli. Lontano dalla retorica dei film in costume tradizionali, Nolan lavora sulla sottrazione e sull'intensità emotiva degli attori: dai silenzi magnetici e dallo sguardo scavato del protagonista fino ai ruoli secondari che animano i fantasmi e gli ostacoli del suo viaggio, ogni prova contribuisce a radicare il racconto in una vertiginosa verità psicologica, trasformando personaggi millenari in figure dolorosamente vicine a noi;

4) perché la fotografia di Hoyte van Hoytema restituisce al mare, alla pioggia e alle spiagge una maestosità che diventa fisica, tangibile: rifiutando l'abuso della CGI, la luce e l'impianto visivo del film trasformano gli elementi naturali nei veri antagonisti della storia. Le onde imponenti, i cieli plumbei e il contrasto feroce tra luci e ombre regalano una fotografia materica e mastodontica. È un cinema gigante e primordiale, dove ogni inquadratura trasuda la fatica della navigazione e la spaventosa bellezza dell'ignoto;

5) perché la colonna sonora di Ludwig Göransson non si limita ad accompagnare l'azione, ma ne diventa il battito cardiaco: il compositore svedese rinuncia ai facili cliché per costruire un tessuto sonoro da incubo, ossessivo, teso e viscerale. Fatta di percussioni ipnotiche e silenzi improvvisi che stringono la gola, la musica si fonde al ruggito del mare e ai pensieri dell'eroe, trasformando il viaggio verso casa in un'esperienza acustica che da un lato travolge ciò che accade sullo schermo e dall'altro fa tremare il cuore di ogni spettatore.


Voto: 4 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)

www.odysseymovie.com



lunedì 22 giugno 2026

Disclosure Day

5 buoni motivi per cui Disclosure Day ci restituisce la meraviglia del Cinema di Steven Spielberg:


1) perché ritrova lo stupore dell'ignoto che ha reso immortale Incontri ravvicinati del terzo tipo: Spielberg si allontana dal cinismo della fantascienza contemporanea per rimettere al centro della scena la pura meraviglia del contatto con gli alieni. Proprio come nel capolavoro del 1977, gli extraterrestri di Disclosure Day non si manifestano attraverso distruzioni di massa, ma tramite un senso di attesa quasi religioso che squarcia la quotidianità della vita sulla Terra. Spielberg dimostra di saper ancora catturare quel misto di timore e attrazione che proviamo davanti a ciò che non possiamo comprendere; 

2) perché rimette in scena il nucleo emotivo di E.T. l'extra-terrestre attraverso il filtro della memoria e del trauma infantile: al di là dell'evento geopolitico della rivelazione globale, il vero motore del film rimane molto intimo. Al centro di tutto c'è il legame sospeso tra i personaggi di Emily Blunt e Josh O'Connor, uniti da quel contatto segreto avvenuto quando erano bambini e mai del tutto superato. Spielberg dimostra una sensibilità straordinaria nel raccontare come lo sguardo dell'infanzia continui a riverberarsi sulle loro vite adulte, trasformando l'evento cosmico nella chiave per guarire le ferite interiori e i silenzi del passato;


3) perché recupera l'azione e il senso dell'avventura pura della saga di Indiana Jones: nella seconda metà della pellicola, quando il mistero si trasforma in una vera e propria caccia al tesoro "ufologica" per anticipare i servizi segreti, il ritmo cambia marcia. Qui emerge lo Spielberg più dinamico: i lunghi piani sequenza, le fughe a rotta di collo e l'uso dello spazio scenico richiamano la coreografia perfetta dei suoi film d'avventura degli anni '80. È un'azione fisica che rinuncia al caos visivo dei blockbuster moderni per restituirci il brivido di una messinscena vecchio stile, dove la tensione si costruisce con l'ingegno dei personaggi e la precisione della macchina da presa;

4) perché la luce e la fotografia di Janusz Kamiński celebrano il suo tipico "marchio di fabbrica" visivo, richiamando le atmosfere di Minority Report: in Disclosure Day la luce non illumina semplicemente i corpi, ma diventa essa stessa un personaggio. I fasci bianchi e sovraesposti che filtrano dalle finestre, i controluce taglienti e i riflessi pulviscolari nell'aria riprendono quella fotografia densa che aveva reso unico il fanta-thriller del 2002. È un'estetica calda e sospesa tra il sogno e la realtà, un vero e proprio abbraccio nostalgico per gli amanti della sua cinematografia;

5) perché evoca la tensione claustrofobica de La guerra dei mondi per poi ribaltarne il significato profondo: quando la rivelazione rischia di trasformarsi in un collasso sociale, Spielberg rispolvera la sua straordinaria capacità di mettere in scena il panico collettivo. Proprio come nel film del 2005, il regista evoca un'angoscia ravvicinata fatta di folle in sommossa, ma solo per ricordarci che il vero pericolo è la nostra stessa paura. Il colpo di genio del film sta nel dimostrare che gli alieni non sono venuti per distruggerci ma per costringerci a guardarci dentro: il contatto diventa così una straordinaria lezione di ascolto, empatia e riconciliazione, l'unico vero antidoto contro l'autodistruzione della nostra civiltà.


Voto: 3 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)







venerdì 5 giugno 2026

Backrooms

5 buoni motivi per cui Backrooms è un Alice nel Paese delle Meraviglie 2.0 girato da un giovanissimo regista sotto acido:


1) perché se l'eroina di Lewis Carroll scivolava tra le radici di un albero seguendo una logica fiabesca per entrare nella tana del Bianconiglio, il protagonista di Backrooms compie il medesimo viaggio attraverso un bug del mondo fisico: la pellicola riesce a tradurre visivamente quel senso di smarrimento in cui il Paese delle Meraviglie non è più un bosco incantato o un giardino fiorito, ma un ufficio infinito e asettico, con moquette umide e luci al neon ronzanti; 

2) perché i corridoi gialli delle backrooms ricordano l'angoscia della stanza dalle infinite porte sbarrate: Kane Parsons gioca magnificamente con la deformazione dello spazio e del tempo, dove ogni svolta non porta a una via d'uscita ma a una ripetizione parossistica dello stesso identico incubo. Proprio come Alice si smarriva in un mondo capovolto in cui le regole del buon senso erano totalmente azzerate, qui l'architettura stessa diventa un personaggio ostile che ride della razionalità umana e intrappola lo spettatore in una claustrofobica pianta aperta;

3) perché le entità che popolano i vari "livelli" sono la versione disturbata e distorta del Brucaliffo e del Cappellaio Matto, anomalie biologiche che non cercano il dialogo o il nonsense filosofico ma incarnano l'illogicità pura del labirinto: più che creature viventi sono glitch illogici, manifestazioni di un ecosistema che rigetta la presenza umana come un corpo estraneo all'interno di un software difettoso;

4) perché la colonna sonora e il sound design curatissimo amplificano il senso di meraviglia alienante: il ronzio incessante dei tubi catodici e delle lampade a soffitto fa le veci del ticchettio dell'orologio del Bianconiglio, un timer invisibile che scandisce una discesa psicologica irreversibile. La componente sonora costruisce una tensione sotterranea e ipnotica che destabilizza l'orecchio dello spettatore, privandolo di qualsiasi punto di riferimento sensoriale confortevole;

5) perché gioca con i confini della percezione, trasformando il film in un labirinto filosofico a più livelli: proprio come l'avventura di Alice non era una semplice favola ma una riflessione sulla distorsione della realtà, Backrooms si sviluppa su più piani di lettura e usa l'espediente dell'horror per interrogarci su cosa sia rimasto di autentico nel nostro mondo. Alla fine, la pellicola ci lascia con lo stesso identico dilemma del romanzo: il dubbio lacerante che la nostra vita sia solo un'illusione da cui è impossibile svegliarsi.


Voto: 3 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)









domenica 28 settembre 2025

Una battaglia dopo l'altra

5 buoni motivi per cui Una battaglia dopo l’altra conferma la grandezza di Paul Thomas Anderson:


1) perché ogni volta che pensi che Leonardo DiCaprio sia arrivato al massimo della sua maturità attoriale, lui alza l’asticella. Nei panni di Bob Ferguson offre un’interpretazione magnetica e intensa, un uomo fragile che non cade mai nella retorica dell’eroe. La sua forza sta nei dettagli: un sorriso spezzato, uno sguardo che tradisce il peso del passato, un gesto di protezione verso la figlia. Alterna silenzi carichi a esplosioni controllate, rivelando un personaggio sempre in bilico, umano e credibile. E nelle relazioni con gli altri personaggi, soprattutto con la figlia, trova il cuore morale del film sostenendolo dall’inizio alla fine con una prova che vibra di autenticità;

2) perché ha un cast di comprimari stellare: Sean Penn costruisce un antagonista inquietante e grottesco, capace di incarnare le ombre del potere; Benicio Del Toro porta il suo carisma ruvido e magnetico che aggiunge profondità (e comicità) a ogni scena; Chase Infiniti sorprende per freschezza ed energia, offrendo il contrappunto emotivo più autentico. Non sono semplici presenze di contorno ma ognuno trova il proprio spazio contribuendo a un racconto corale che amplifica l’impatto di DiCaprio e arricchisce l’universo del film;

3) perché Paul Thomas Anderson osa ancora una volta e mescola cinema d’autore e spettacolo puro, alternando azione, satira e dramma con un coraggio che pochi oggi possiedono: la sua regia abbatte i confini tra intrattenimento e ricerca, orchestrando una storia che scivola con naturalezza da momenti epici e spettacolari a passaggi intimi e contemplativi. Anderson non cerca mai la via più semplice: preferisce rischiare inserendo deviazioni narrative e scelte stilistiche che sorprendono senza tradire la coerenza del film. Così ogni scena diventa un terreno di sperimentazione dove l’epica visiva si intreccia con riflessioni profonde sul presente dimostrando che il cinema può ancora essere al tempo stesso popolare e autoriale;

4) perché immagini e suoni si fondono e si intrecciano in un’esperienza cinematografica indimenticabile. Da un lato l’occhio fotografico di Anderson trasforma i paesaggi americani in metafora, dalle città frenetiche ai deserti immensi, luoghi che diventano lo specchio delle lotte interiori dei personaggi. Dall’altro la musica di Jonny Greenwood che vibra tra tensione e malinconia, avvolgendo lo spettatore e accompagnandolo in un viaggio che amplifica ogni emozione;

5) perché è un film che ci parla dell’oggi evitando semplificazioni e mettendo in scena le contraddizioni del nostro tempo tra polarizzazioni ideologiche e il prezzo di utopie infrante. Una battaglia dopo l’altra è uno splendido affresco che intreccia pubblico e privato, grandi conflitti e fragilità quotidiane, interrogandoci senza però offrire facili risposte. E risulta così potente proprio perché ci costringe a guardare in faccia il presente con le sue lacerazioni e le speranze ancora aperte.


Voto: 4 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)

www.warnerbros.it/unabattagliadopolaltra/




sabato 12 luglio 2025

Joker: Folie à Deux

Perché Joker: Folie à Deux è un film che riesce a raddoppiare le ambizioni cinematografiche del Joker


1) perché se Joker era un lento e iper-realistico discendere nella fragilità e nella follia di Arthur Fleck, in Folie à Deux ci troviamo all’interno della psiche condivisa tra lui e Harley Quinn: non è più il dolente racconto di un uomo solo e vittima della società, bensì di una relazione surreale e patologica che trascende il crudo realismo del primo capitolo attraverso una narrazione quasi teatrale. Lo stile evolve in un meraviglioso crescendo visivo, sonoro e musicale, che rende la storia più onirica e psichedelica;

2) perché se Joaquin Phoenix ritorna nel ruolo del Joker in modo sempre intenso e psicologicamente complesso, Lady Gaga riesce a essere straordinaria nei panni di Harley "Lee" Quinzel pur con una versione di Harley Quinn meno teatrale di quello che ci si poteva aspettare. Ma la sua presenza, talvolta anche in modo silenzioso, è talmente carismatica e magnetica da sublimare perfettamente il caos emotivo del film grazie anche alla riuscitissima chimica visiva e sonora con Phoenix;

3) perché anche la struttura stessa della pellicola è più articolata del primo capitolo e, giocando tra realismo e artificio, si intreccia in due atti ben differenziati tra loro: uno mantiene una parvenza narrativa rigida seppur con elementi ballabili e sequenze teatrali, mentre il secondo degenera in una sorta di musical psicotico. La musica, vero e proprio elemento strutturale portante di Folie à Deux, fa costantemente oscillare il ritmo complessivo degli eventi tra la tragedia drammatica e la commedia nera;

4) perché la regia di Tod Philips vuole portarci a riflettere su come la follia del Joker si sia amplificata e moltiplicata nell’incontro con l’altro, in un’alternanza perfettamente bilanciata tra empatia e orrore: il tema della “folie à deux” apre così a una dimensione relazionale in cui la sua ribellione al sistema diventa rapidamente contagiosa, mettendoci di fronte a un bizzarro gioco di specchi in cui la pazzia non è più individuale ma condivisa e amplificata; 

5) perché se nel primo film Arthur era uno, qui tutto diventa doppio: Arthur e Joker da un lato, Joker e Harley Quinn dall’altro. In un vortice emotivo crescente, il dualismo evolve in dialogo e poi in lotta interna: chi controlla chi? chi è sano e chi pazzo? Il rapporto tra Arthur e il suo doppio – che sia Joker o Harley – fa schizzare la tensione narrativa di Folie à Deux che diventa una perfetta metafora dei temi dell’autocoscienza o dell’autodistruzione.


Voto: 3 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)



mercoledì 5 marzo 2025

A Complete Unknown

5 buoni motivi per cui A Complete Unknown è un'opera in grado di rendere perfettamente il caos creativo e la genialità di Bob Dylan:


1) perché Timothée Chalamet riesce a catturare l'essenza del giovane Dylan con una performance magnetica e ipnotica, bilanciando perfettamente l’arroganza e la vulnerabilità di un artista in fase di formazione. La sua voce, il suo modo di muoversi e la sua capacità di rendere il linguaggio enigmatico di Dylan rendono la sua interpretazione oltremodo stratificata e credibile;

2) perché James Mangold adotta un approccio elegante e raffinato che, senza cadere nell’agiografia, evita la classica linearità del biopic, preferendo una narrazione che alterna momenti più intimi a sequenze che flirtano con la leggenda. A Complete Unknown non cerca di spiegare Dylan ma di farne percepire l'essenza mostrando i contrasti tra il suo genio artistico e la sua volontà di sfuggire a ogni definizione;

3) perché la ricostruzione del Greenwich Village degli anni ’60 è vibrante e autentica, con una fotografia che cattura il fumo dei club, le strade affollate e il fermento artistico di un'epoca in trasformazione. La scenografia e i costumi contribuiscono poi a rendere A Complete Unknown un vero e proprio viaggio nel tempo, restituendo l’energia grezza di quegli anni;

























4) perché la musica di Dylan, ovviamente elemento centrale di tutto il film, viene trattata con 
grande rispetto: piuttosto che limitarsi ai successi più noti, A Complete Unknown esplora il suo repertorio meno commerciale, arricchendo la narrazione con scelte musicali che rispecchiano i momenti di svolta della sua carriera. Inoltre, l’uso di performance dal vivo e di registrazioni originali crea un legame potente tra la finzione filmica e la realtà storica;

5) perché A Complete Unknown non cerca di definire in modo netto o definitivo la sfuggente personalità di Bob Dylan, ma abbraccia tutte le sue (infinite) contraddizioni: da un lato il ragazzo di provincia che diventa la voce di una generazione e poi rinnega quel ruolo, dall’altro l’artista che vuole costantemente reinventarsi. A Complete Unknown riesce così a rendere omaggio al Menestrello rispettando la sua natura elusiva e lasciando allo spettatore la libertà di interpretare chi fosse veramente.


Voto: 3 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)





martedì 4 marzo 2025

Conclave

5 buoni motivi per cui Conclave trasforma abilmente l’elezione del Pontefice in un thriller sull’animo umano:


1) perché Edward Berger dimostra la stessa sensibilità estetica e narrativa già vista in Niente di nuovo sul fronte occidentale, costruendo un thriller psicologico fatto di sguardi, silenzi e movimenti impercettibili. Il ritmo misurato della sua regia, lontano da ogni tipo di sensazionalismo, amplifica il senso di claustrofobia e paranoia che si avverte dentro la Cappella Sistina, così come il lavoro sulla luce e sulla composizione delle inquadrature che creano un senso di sacralità oppresso dal peso della politica e dell’ambizione dei cardinali; 

2) perché i dialoghi sono calibrati ma mai didascalici, e riescono a dare spessore a ogni personaggio, trasformando il conclave in un vero e proprio campo di battaglia intellettuale e spirituale. Conclave bilancia perfettamente il realismo documentaristico con la tensione di un thriller, evitando ogni facile manicheismo e lasciando spazio alle ambiguità morali e alle dinamiche di potere all’interno della Chiesa;

3) 
perché la prova attoriale di Ralph Fiennes dimostra ancora una volta la sua capacità di dominare la scena con intensità e misura: il suo cardinale Lawrence è un uomo dilaniato tra fede e dovere, che si muove tra le pieghe della verità con una gestualità sempre estremamente calibrata. L’interpretazione di Fiennes, magnetica ma mai sopra le righe, comunica una tensione interna quasi palpabile che rende il suo dilemma morale il vero fulcro emotivo del film; 

4) perché la sobria fotografia di James Friend gioca su luci soffuse che enfatizzano l’austerità dell’ambiente e il peso della storia che si respira nelle stanze del Vaticano. L’uso della profondità di campo e delle inquadrature statiche accentua inoltre un senso di immobilismo e solennità, mentre movimenti di macchina lenti e misurati suggeriscono il lavorio costante delle strategie politiche dietro ogni decisione che viene presa;


5) perché
Conclave non è solo un dramma politico né un semplice thriller ecclesiastico, ma 
una vera e propria indagine sull’animo umano quando viene messo di fronte a scelte definitive: riesce così a diventare accessibile anche a chi non ha una conoscenza approfondita delle dinamiche vaticane, rendendo universale il suo discorso sulla fede, l’etica e il potere.


Voto: 3 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)