5 buoni motivi per cui Backrooms è un Alice nel Paese delle Meraviglie 2.0 girato da un giovanissimo regista sotto acido:
1) perché se l'eroina di Lewis Carroll scivolava tra le radici di un albero seguendo una logica fiabesca per entrare nella tana del Bianconiglio, il protagonista di Backrooms compie il medesimo viaggio attraverso un bug del mondo fisico: la pellicola riesce a tradurre visivamente quel senso di smarrimento in cui il Paese delle Meraviglie non è più un bosco incantato o un giardino fiorito, ma un ufficio infinito e asettico, con moquette umide e luci al neon ronzanti;
2) perché i corridoi gialli delle backrooms ricordano l'angoscia della stanza dalle infinite porte sbarrate: Kane Parsons gioca magnificamente con la deformazione dello spazio e del tempo, dove ogni svolta non porta a una via d'uscita ma a una ripetizione parossistica dello stesso identico incubo. Proprio come Alice si smarriva in un mondo capovolto in cui le regole del buon senso erano totalmente azzerate, qui l'architettura stessa diventa un personaggio ostile che ride della razionalità umana e intrappola lo spettatore in una claustrofobica pianta aperta;
3) perché le entità che popolano i vari "livelli" sono la versione disturbata e distorta del Brucaliffo e del Cappellaio Matto, anomalie biologiche che non cercano il dialogo o il nonsense filosofico ma incarnano l'illogicità pura del labirinto: più che creature viventi sono glitch illogici, manifestazioni di un ecosistema che rigetta la presenza umana come un corpo estraneo all'interno di un software difettoso;
4) perché la colonna sonora e il sound design curatissimo amplificano il senso di meraviglia alienante: il ronzio incessante dei tubi catodici e delle lampade a soffitto fa le veci del ticchettio dell'orologio del Bianconiglio, un timer invisibile che scandisce una discesa psicologica irreversibile. La componente sonora costruisce una tensione sotterranea e ipnotica che destabilizza l'orecchio dello spettatore, privandolo di qualsiasi punto di riferimento sensoriale confortevole;
5) perché gioca con i confini della percezione, trasformando il film in un labirinto filosofico a più livelli: proprio come l'avventura di Alice non era una semplice favola ma una riflessione sulla distorsione della realtà, Backrooms si sviluppa su più piani di lettura e usa l'espediente dell'horror per interrogarci su cosa sia rimasto di autentico nel nostro mondo. Alla fine, la pellicola ci lascia con lo stesso identico dilemma del romanzo: il dubbio lacerante che la nostra vita sia solo un'illusione da cui è impossibile svegliarsi.
Voto: 3 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)


