5 buoni motivi per cui Il GGG - Il grande gigante gentile non sarà mai il nuovo E.T. l'extra-terrestre: 1) perché l'adattamento di Melissa Mathison (già sceneggiatrice di E.T. l'extra-terrestre), basato sul celebre libro per bambini di Roald Dahl del 1964, trasforma quella che sarebbe potuta essere una storia per famiglie - e dalla Disney non ci si può aspettare ovviamente nulla di diverso - in un film davvero troppo per bambini, in cui ci si sforza di divertirsi tra mille improbabili gag o di commuoversi con poetici (e a volte infantili) tocchi di magia; 2) perché la regia di Steven Spielberg, che era interessato al progetto addirittura dal 1991 e che in passato aveva chiesto a Robin Williams di interpretare il gigante, in molti tratti sembra andare avanti col freno a mano tirato: non mancano certo momenti in cui Spielberg si ricorda di essere un grande cantastorie, ma in generale non riesce a meravigliare come invece aveva fatto negli altri suoi film favolistici, da E.T. l'extra-terrestre a Hook - Capitan Uncino, da A.I. - Intelligenza Artificiale a Le avventure di Tintin - Il segreto dell'Unicorno; 3) perché la gentilezza del Gigante, splendidamente interpretato in motion capture da Mark Rylance (premio Oscar come miglior attore non protagonista sempre con Spielberg ne Il Ponte delle Spie), che emerge in ogni sua espressione, gesto o movenza e che diventa la base della sua amicizia con la piccola Sophie (la giovanissima inglese Ruby Barnhill), pesa il giusto in questa storia di amicizia, ma alla fine manca di quel pathos e di quella profondità che legava (anche psichicamente) E.T. e il suo piccolo amico Elliot;
4) perché se è vero che Spielberg richiama per la ventisettesima volta (!) il compositore John Williams a creare delle splendide ed emozionanti sonorità, è altrettanto vero che la musica insieme alla cura dell'aspetto grafico di certe invenzioni surreali, sono gli elementi a spiccare di più in un contesto che nel suo complesso non ha un ritmo vorticoso e nemmeno brilla per quell'originalità che in passato ha reso così famoso il celebre "creatore dell'immaginario";
5) perché al di là di tutto, come del resto dimostrano gli scarsi incassi al botteghino, resta un film pensato e fatto appositamente per i bambini, che vuol far passare un messaggio di speranza e di bontà in un mondo (non solo al cinema) talmente esasperato dalla violenza da far sopraggiungere un’atmosfera di intolleranza generale verso i diversi... giganti compresi. Voto: 2 stelline e mezzo (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4) www.thebfgfilm.com
5 buoni motivi per cui Rogue One: A Star Wars Story non è solo uno spin-off di Star Wars ma è addirittura uno dei migliori film dell'intera saga:
1) perché nessuno avrebbe pensato che dopo la regina Padmé Amidala, la principessa Leia Organa e, da ultima, Rey ne Star Wars: Il risveglio della Forza,ci sarebbe stata un'altra eroina (Felicity Jones nei panni di Jyn Erso) in grado di diventare la leader di un gruppo di ribelli desiderosi di combattere l'Impero. Esattamente come Leia e Rey, pure l'impetuosa Jyn decide di mettere eroicamente le proprie abilità al servizio di uno scopo superiore imbarcandosi in una missione disperata per conto dell'Alleanza Ribelle: lo farà anche per riscattare il padre Galen Erso, un ingegnere imperiale costretto a lavorare alla creazione della Morte Nera; 2) perché Rogue One non
è solo un film di Star Wars o, più in generale, di
fantascienza, maè anche un grande film di guerra: ci sono combattimenti corpo a corpo, scene che
rievocano addirittura lo Sbarco in Normandia, enormi astronavi,
luccicanti armature, nuovi mezzi militari, armi tecnologiche sempre più
all'avanguardia e habitat planetari inediti
talmente realistici da non temere rivali dal punto di vista
concettuale e della realizzazione tecnica, se paragonati alle precedenti
pellicole; 3) perché è denso di quell'ironia sottile e di quello humour tipicamente British che hanno reso celebri gli altri film: e se allora il compito di intervallare i momenti drammatici ed epici era demandato soprattutto a C-3PO e a R2-D2 (che tra l'altro appaiono in un cammeomentre osservano i preparativi per l’attacco al pianeta Scarif), questa volta è un droide imperiale (K-2SO) riprogrammato dai ribelli a segnalarsi per il sarcasmo delle sue battute.Tra l'altro tocca proprio a lui dire la storica frase: "Ho un cattivo presentimento”. Ma in generale tutti i personaggi nuovi, sia quelli appartenenti alla Ribellione che quelli dell'Impero, funzionano alla perfezione quando si mescolano con le tante citazioni, più o meno sottili, alle scene e alle vicende degli altri film;
4) perché il gruppo di ribelli che riesce a rubare i piani della Morte Nera è quanto di meglio i fan potessero auspicare: oltre a Jyn e a K-2SO, infatti, ci sono un comandante che si è schierato contro l'Impero (Saw Guerrera), un ribelle esperto di spionaggio (Cassian Andor), un pilota (Bodhi Rook) che inventa il nome "Rougue One", un monaco guerriero che crede nella Forza anche se non sa maneggiarla (Chirrut Îmwe) e la sua spalla (Baze Malbus), un sicario che lavora a contratto. Insomma, i magnifici sette... ribelli; 5) perché tra i tanti richiami ai personaggi della Saga principale (su tutti il generale Tarkin splendidamente ricreato in computer grafica) e delle serie animate (come Saw Gerrera, interpretato da Forest Withaker e comparso ne Star Wars: the Clone Wars), spicca quello di Darth Vader che, nei pochi minuti sullo schermo, con la sua presenza epica e la sua spada laser vale da solo tutto il film. Addirittura si scopre il lugubre castello in cui vive su Mustafar, lo stesso pianeta vulcanico dove era avvenuto lo scontro tra Anakin e Obi-Wan Kenobi... e in questo senso non c'è davvero bisogno di aggiungere altro. Voto: 4 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)
5 buoni motivi per cui Sully è uno dei migliori film di Clint Eastwood, anche se in apparenza potrebbe non sembrarlo: 1) perché la storia narrata è
talmente miracolosa (tant'è che il libro su cui si basa è intitolato proprioMiracolo
sull'Hudson) da permettere aClint
Eastwood di non usare alcuna retorica per
far passare il capitano Chesley "Sully" Sullenbergerindenne dall'inchiesta
che deriva dall'ammaraggio del volo US Airways 1549 sul fiume Hudson e
celebrarlo per quello che a tutti gli effetti è: un eroe che in 208 secondi ha
salvato da morte probabile 155 persone grazie a un'impresa eccezionale quando,
in seguito a un "bird strike" (termine tecnico per indicare l'impatto
con uno stormo di uccelli), il suo aereo aveva perso entrambi i motori e non
sarebbe riuscito a tornare all'aeroporto di LaGuardia né ad atterrare in un
altro più vicino;
2) perché la regia di Clint Eastwood è, in una
sola parola, perfetta: ogni inquadratura, ogni movimento di camera, ogni scelta
stilistica per quanto apparentemente "banale", finisce con l'essere
indimenticabile proprio perché vuole richiamare la straordinarietà dell'impresa
di Sully in tutta la sua paradossale semplicità e soprattutto il suo non voler
apparire eccezionale nemmeno nel momento in cui tutto il mondo lo idolatrava in
modo quasi morboso.Sullyè la
pellicola più corta (solo 95 minuti) del regista ottantaseienne e forse anche
una tra le più difficili dato che, basandosi su un fatto vero, tutti
conoscevano perfettamente la storia e quindi sapevano come sarebbe finita:
eppure per tutto il film si sta in una condizione di equilibrio precario
(proprio come i passeggeri del volo mentre stava ammarando) legata alla ricerca
di una costante conferma da parte di Sully sulla bontà della sua scelta; 3) perché Tom Hanks è (ancora una
volta) sublime nel far trasparire tutta l'umanità e il bisogno di esser
rassicurato di un pilota che riesce a compiere un gesto straordinario,
unicamente grazie alla sua esperienza e al suo istinto, facendolo poi
passare "solo per il suo lavoro": nessun altro attore sarebbe stato
in grado di incarnare lo sguardo sensibile di un eroe così umano da voler
schivare in ogni modo le attenzioni legate a un'azione che, inevitabilmente,
non poteva non richiamare alla mente dei newyorchesi la tragedia
dell'undici settembre. Un plauso anche a un ottimo Aaron Eckhart nei panni del
copilota Jeffrey Skiles, nonché grande amico di Sully, che gli fa
magistralmente da spalla non solo sull'aereo ma soprattutto nel successivo
cancan mediatico; 4) perché New York (in conseguenza
del disastro delle Torri Gemelle) è smaniosa di dimostrarsi eroica nel farsi
trovare pronta ad aiutare Sully e i passeggeri dell'aereo ammarati sull'Hudson.
Poi anche umanamente meravigliosa nei tanti volti di coloro che riconosconoin Sully - per strada, nei bar
piuttosto che in televisione da David Letterman - il loro eroe andando al di
là, addirittura ignorandolo, del processo aperto obbligatoriamente dal National
Transportation Safety Board dopo l'atterraggio di emergenza per verificare che
la decisione presa in volo fosse effettivamente quella giusta; 5) perché, pur nella apparente
linearità della vicenda raccontata, gli spettatori possono rivivere la stessa
storia più volte, prima nella testa di Sully, poi nei panni dei passeggeri e
infine in quelli della Giuria e dell'opinione pubblica: un'esperienza totale
che passa dall'incubo del pilota con cui si apre il film, al terrore provato
durante l'incidente, per finire all'oggettività dell'inchiesta con cui si
restituisce al pilota il suo ruolo di eroe fragile e silenzioso. Voto: 4 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4) www.sully-movie.com
5 buoni motivi per cui Boyhood è un film epocale che si vede una solavolta nella vita: 1) perché impegnarsi per 144 mesi (iniziato nel lontano 2002 e portato a termine ben 12 anni dopo, al netto di una quarantina di giorni di di riprese!) è stato un vero e proprio atto di fede da parte di Richard Linklater e di tutti gli attori coinvolti: non solo Ellar Coltrane, il bambino di appena sei anni scelto come protagonista e le cui (non) avventure seguiamo per le quasi tre ore del film, ma anche Ethan Hawke, Patricia Acquette (giustamente premiata con l'Oscar per la sua interpretazione) e Lorelei Linklater, la figlia del regista nei panni della sorella maggiore. E la macchina da presa di Linklater (Orso d'Argento a Berlino per la regia) riesce a cogliere ogni cambiamento, ogni minima trasformazione non solo fisica ma anche e soprattutto interiore: bambini che diventano uomini, giovani che diventano padri, finché tutti alla fine trovano il loro posto nel mondo... e noi con loro; 2) perché se già con la struggente trilogia di Jesse (sempre Ethan Hawke) e Celine (un'incantevole Julie Delpy) Linklater aveva sperimentato attorno alla sua poetica di registail concetto dello scorrere del Tempo, con Boyhood riesce a raggiungere un altro livello esperienziale: mentre allora lo aveva fatto attraverso la descrizione di tre giornate passate insieme dai due ragazzi nell'arco di vent'anni (Before Sunrise, 1994 - Before Sunset, 2004 - Before Midnight, 2013), con Boyhood mette in scena il vero fluire della vita non limitandosi a un collage di immagini disseminate nel tempo e fine a loro stesse. Tanti elementi uno dietro l'altro, infiniti piccoli accadimenti mai romanzati e che proprio per questo emergono con la stessa naturalezza con cui le nostre esistenze ci attraversano;
3) perché tutto il film è una riflessione intima ed essenziale ma al tempo stessocon una dimensione epica sulla natura umana e su tutte le fasi che l'attraversano: dall'infanzia alla fanciullezza, dall'adolescenza alla vita adulta, una parafrasi in cui come simbolicamente sancisce il dialogo finale "non siamo noi a cogliere l'attimo, ma sono gli attimi a cogliere noi stessi, conferendo significato al presente". Attimi semplici, a volte addirittura banali, che però grazie all'umanità dei suoi protagonisti raggiungono quasi sempre profondità insondabili; 4) perché la storia di Mason/Ellar, pur essendo senza dubbio un romanzo di formazione individuale, attraverso il racconto delle vicissitudini di una famiglia comune, si rivela in grado di dipingere un affresco completo su dodici anni di vita in America e più in generale, da un punto di vista politico, culturale e tecnologico, sull'evoluzione storica che nel frattempo è intercorsa: le macchine, le mode e i tagli di capelli che cambiano, il passaggio da Bush a Obama, dal Game Boy alla X-Box attraverso il Tamagotchi, l'avvento di Harry Potter, di Lady Gaga e di Facebook. Insomma, la vita che si fa cinema e, al tempo stesso, il cinema che diventa vita; 5) perché Linklater, senza mai eccedere in eccessi cinefili, riesce a catturare con naturalezza lo spettatore avvolgendolo delicatamente nelle spirali del tempo che scorre e facendogli vivere un'esperienza che comprende tutte le ere della vita: così Boyhood diventa uno specchio per i figli e i genitori, per i mariti e le mogli, ma in generale per ognuno di noi quando si trova alle prese con le speranze e le gioie, le emozioni e le paure che sono proprie dell'umanità tutta. Voto: 4 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4) boyhoodmovie.tumblr.com
5 buoni motivi per cui la musica fa dell'ultima opera di Richard Linkater una sorta di American Graffiti 2.0: 1) perché c'è il rap cantato a squarciagola in una sequenza iniziale da Jake - matricola appena arrivata al campus in attesa di cominciare i corsi - e dai suoi nuovi compagni: questa sequenza sancisce l'ingresso ufficiale del giovane lanciatore nella squadra di baseball dell'università texana e, da lì a tre giorni, nell'età adulta. Ed è proprio durante questo breve lasso di tempo prima dell'inizio delle attività scolastiche, che Jake ha modo di vivere una serie di esperienze in grado di fargli capire cosa vuol dire essere un giocatore professionista (il sogno dello stesso Linklater quando era un adolescente) e, soprattutto, smettere di essere un ragazzino per diventare un vero uomo;
2) perché c'è la dance music fatta di balli scatenati, luci stroboscopiche e colori sgargianti, a simboleggiare la voglia dei ragazzi di ballare, divertirsi e non pensare a niente. Per il gruppo l'unica cosa che conta è lo sfoggiare baffi folti e sempre curati, l'indossare vestiti variopinti e il vantare tecniche (più o meno efficaci) per rimorchiare: sono cose come queste ad aprire loro una serie pressoché infinità di possibilità, tutte indistintamente all'insegna dell'entusiasmo, dell'edonismo e del successo facile dovuto al semplice fatto di essere dei giocatori di baseball, vale a dire il meglio che - a prescindere - si può trovare all'interno dell'università;
3) perché c'è il country che descrive la capacità dei giovani di adattarsi a tutte le situazioni, anche quelle che in apparenza sembrano un mero ripiego. Quella fluidità di pensiero che permette loro di non perdere nemmeno un minuto del poco tempo a disposizione (continuamente scandito e ribadito dalle immagini), di godersi la vita fino all'ultimo sorso di birra, consapevoli del fatto che "i confini sono dove ognuno li trova". Con questa frase il film si chiude su un primo piano di Jake sorridente con la testa appoggiata sul banco mentre stanno iniziando le lezioni: un'immagine malinconica legata alla consapevolezza che l'intermezzo ludico è finito, ma al tempo stesso con la convinzione che la vera avventura - il bello, verrebbe da dire - inizia solo ora; 4) perché c'è il punk dove la rabbia prende forma pur non essendo riconducibile a nulla di preciso o di concreto, tant'è che in tutto il film non c'è nemmeno un rimando alla situazione che l'America sta vivendo all'inizio degli anni '80 al di fuori del campus. Che sia un concerto metal o il primo allenamento della squadra o anche solo la più ininfluente partita di ping pong, la cosa importante è metterci dentro tutta l'energia del mondo per non rischiare di perdere l'attimo: perché altrimenti ogni cosa può rivelarsi un'occasione persa in un mondo dove il tempo sembra non essere mai abbastanza e, di conseguenza, sprecarlo fermandosi a riflettere è un lusso che non ci si può permettere.
5) perché c'è il rock, quello di Patty Smith e di Jim Morrison, grazie al quale Jake può finalmente smettere di dover essere un Maschio Alfa e ,dopo 72 ore di irrequietezza, di passaggi da un locale all'altro, da uno stile all'altro, può tornare a essere se stesso. Lo fa mentre si innamora di Beverly, una giovane artista appena conosciuta (due sconosciuti che si innamorano proprio come Ethan Hawke e Julie Delpy a Vienna in Prima dell'alba): allora, se è vero che "tutti vogliono qualcosa"(in originale Everybod Wants Some!! dal titolo di una canzone dei Van Halen), come a chiudere un cerchio perfetto, Jake scoprirà che nel suo caso quel qualcosa è già stato preparato dal destino... da lì in poi starà solo a lui saperlo cogliere in tutta la sua pienezza. Voto: 3 stelline e mezzo (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4) www.everybodywantssomemovie.com
5 buoni motivi per cui Batman v Superman: Dawn of Justice riesce nell'ardua impresa di non venire per nulla schiacciato dalla trilogia di Nolan:
1) perché Ben Affleck e Henry Cavill sono a dir poco perfetti nel caratterizzare Batman e Superman: il primo, invecchiato, tozzo e quasi senza collo, è costantemente mosso dalla rabbia che trasforma il suo "particolare" senso di giustizia in una vendetta privata contro Superman; il secondo invece, talmente potente da essere divenuto un dio sceso in Terra per salvare l'umanità, è costretto a vivere un vero e proprio percorso cristologico. E il punto più alto dello scontro tra i due non è tanto nel combattimento che li vede arrivare (quasi) ad annientarsi, quanto nel dialogo tra Bruce Wayne e Clark Kent durante il quale il miliardario mette in dubbio le azioni che derivano dal potere pressoché illimitato di Superman mentre il secondo, da buon giornalista sempre alla ricerca della verità, contesta i metodi di Batman, a suo avviso più simili a quelli di un giustiziere che di un supereroe; 2) perché Metropolis e Gotham sono più vicine che mai (non solo da un punto di vista geografico) e rappresentano alla perfezione il punto di contatto tra la luce e l'oscurità: ma così come nello yin e nello yang il giorno si tramuta in notte e la notte in giorno, anche Metropolis e Gotham si rivelano infine strettamente interdipendenti l'una con l'altra, le due metà di un unico cerchio separate solo da una linea curva (il fiume!) che unendosi grazie a Batman v Superman danno vita all'universo... o meglio al DC Extended Universe; 3) perché ci sono due personaggi che dovrebbero essere "di supporto" ma in realtà danno un contributo fondamentale allo sviluppo della storia, ciascuno con le proprie caratteristiche e peculiarità: Wonder Woman (la meravigliosa Gal Gadot), tanto bella quanto saggia, e Lex Luthor (Jesse Eisenberg), talmente folle da sembrare a tratti addirittura una caricatura del Joker, stando sempre ai margini dello scontro tra Batman e Superman, sono in grado di dargli spessore e sostanza riuscendo addirittura, laddove necessario, a mettere una pezza a qualche buco di sceneggiatura; 4) perché le musiche di Hans Zimmer (che aveva composto anche quelle della trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan e di Man of Steel dello stesso Zack Snyder) e di Junkie XL (compositore invece della potentissima colonna sonora di Mad Max: Fury Road) sono epiche: passano attraverso una prima parte malinconica, una seconda più violenta e minacciosa, per concludere con una terza fatta di percussioni apocalittiche. Tra l'altro, con Batman v Superman,Zimmer ha purtroppo dichiarato di aver chiuso definitivamente il capitolo della sua carriera dedicato ai supereroi;
5) perché Zack Snyder non poteva introdurre meglio l'avvento della Justice League: sulla base di una "sensazione" al termine del film infatti, toccherà al vigilante di Gotham, con il fondamentale supporto di Wonder Woman, trovare gli altri metaumani per far nascere la Lega della Giustizia e solo con l'aiuto di Acquaman, Flash e Cyborg (in attesa di capire se in futuro se ne aggiungerà un altro...) i nostri supereroi saranno in grado di fronteggiare la terribile minaccia in arrivo nei prossimi attesissimi capitoli della DC.
Voto: 3 stelline e mezzo (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4) batmanvsuperman.dccomics.com
5 buoni motivi per cui Lo chiamavano Jeeg Robot è un trionfo del nostro Cinema: 1) perché fino ad ora in Italia non si era mai visto niente di simile, pur avendoci tentato qualche anno fa Salvatores con Il ragazzo invisibile ma riuscendoci solo in minima parte (nonostante un budget a disposizione di gran lunga superiore). Tuttavia Lo chiamavano Jeeg Robot è un qualcosa che riesce a prendere il meglio del cinema di puro intrattenimento made in USAmescolandolo alla perfezione con i recenti insegnamenti lasciatici in dono da Romanzo Criminale, Gomorra eSuburra: ne esce un'opera strepitosa che (più che a un qualsivoglia Spider-Man) si avvicina molto per forma a Unbreakable di M. Night Shyamalan e per sostanza a Kick-Ass di Matthew Vaughn; 2) perché la regia (di Gabriele Mainetti) e la sceneggiatura calibratissima (di Menotti e Nicola Guaglianone) non hanno nulla da invidiare alle mega-produzioni hollywoodiane e fanno di Lo chiamavano Jeeg Robot un meraviglioso cinefumettone girato in modo veloce e moderno, che eccelle per l'ironia e per alcune trovate istrioniche dei suoi protagonisti: tutto ciò mescolando diversi registri stilistici a seconda che si stiano raccontando i risvolti drammatici di una love-story, la periferia romana e la sua fauna, i problemi di tutti i giorni dei supereroi, o gli attacchi terroristici che incombono su Roma; 3) perché Claudio Santamaria (ingrassato di 20 kg per "dare peso" al personaggio) e Luca Marinelli (alias "Lo Zingaro") sono straordinari nel diventare un supereroe e un villain che, con tutte le differenze del caso, richiamano da vicino uno i tormenti e le angosce di Bruce Wayne e l'altro la megalomania e la follia distruttiva del Joker. Quello che però non fa di loro delle semplici macchiette, è l'aver saputo calare queste due figure nella cornice e nel contesto nostrano: hanno i superpoteri certo, ma li usano per svaligiare bancomat e furgoni portavalori (almeno all'inizio...) o per "fare il botto" allo Stadio Olimpico durante il derby e riconquistare così quella fama in passatosolo assaporata grazie a Il Grande Fratello... anzi, a Buona Domenica; 4) perché se a New York gli Avengers si erano ritrovati a combattere contro giganteschi alieni per salvare la Terra, qui i cattivi sono i piccoli criminali di Tor Bella Monaca o "al massimo" la Camorra che deve gestire i problemi causati da improvvisati spacciatori: non per questo però la lotta tra il bene e il male che ne deriva (per forza di cose anche più realistica)assume risvolti meno profondi. E quindi il percorso di formazione che deve vivere Santamaria (Hiroshi Shiba) nella sua "origin story" per diventare un vero eroe (Jeeg Robot d'Acciaio), passa attraverso bidoni tossici, budini alla vaniglia e film porno, ma anche una storia d'amore delicata e assurda al tempo stesso, per arrivare a uno scontro finale drammatico come ce lo si aspetta in un vero film di supereroi; 5) perché già dal titolo Lo chiamavano Jeeg Robot dimostra tutto il suo coraggio di voler essere un progetto paradossale, in grado di collegare la cultura pop dei fumetti americani con la mitologia più classica dei robot giapponesi e soprattutto con le specificità del territorio in cui la storia si svolge: e quindi, per quanto sia strano sentir parlare in romanaccio un supereroe che "si fa chiamare Jeeg", in attesa di un auspicato secondo capitolo, la scommessa di Mainetti può dirsi ampiamente vinta.
Voto: 3 stelline e mezzo (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)