lunedì 29 agosto 2022
martedì 18 maggio 2021
La donna alla finestra
domenica 7 febbraio 2021
Malcom & Marie
5 buoni motivi per cui una lite infinita tra due innamorati può diventare un ottimo film d’autore:
1) perché i due meravigliosi protagonisti, John David
Washington (figlio di Denzel, recentemente ammirato in TENET) e Zendaya
(giovane cantante e attrice resa famosa dalla serie tv Euphoria), danno vita a una
performance fisica al limite della perfezione, dove vanità e invidia sono
direttamente proporzionali alla rabbia innescata da un mancato grazie che
doveva esser detto nel momento giusto. E così il momento più bello della vita
dell’uno diventa per l’altra l’occasione per una recriminazione a lungo
sepolta sotto la vanagloria e l’egocentrismo del compagno regista,
innescando un sempre più asfissiante gioco al massacro tra i due ma
soprattutto tra loro due e gli spettatori;
2) perché la sceneggiatura, ridotta al minimo e interamente basata sulla potenza e sulla ferocia dei dialoghi, assume da subito le sembianze di una violenta partita di tennis: tra continui rimandi dalla vita reale dei due alla finzione del film di Malcom, il pubblico non riesce a staccare gli occhi dalla loro lite guardando prima il devastante servizio dell’uno e poi la maligna risposta l’altra, il dritto con cui lui cerca disperatamente di mandarla fuori dal campo e l’eroico tentativo di recuperare il punto di lei;
3) perché, girato in piena pandemia, è un film dall’impianto teatrale dove gli opposti non smettono mai di attrarsi: i due attori che si insultano, si allontanano, per poi cercarsi immediatamente dopo; la perfetta fotografia in bianco e nero che tutto enfatizza (l’unico tocco di colore è il rosso iniziale del logo di Netflix); il silenzio totale di alcuni momenti cui fanno da contraltare le grida e gli insulti; le quattro mura (si fa per dire) di una casa che li contiene in modo claustrofobico e gli spazi apparentemente infiniti che stanno attorno e dove loro rifuggono;4) perché è una storia talmente cruda, per regia e scrittura, da diventare un coraggioso manifesto di quello che dovrebbero fare (certe) pellicole: vale a dire, a detta dello stesso Malcom, arrivare dritto al cuore degli spettatori, elettrizzarli senza costringerli a cercare per forza un significato dietro alle intenzioni del regista, piuttosto che una qualsivoglia lettura politica nascosta nelle pieghe della sceneggiatura;
5) perché è un film per chi davvero ama il cinema nella sua
infinita potenza comunicativa, pieno zeppo di citazioni mai gratuite visto che
a parlare sono appunto un egocentrico regista, da tanti acclamato come il nuovo
Spike Lee (per cui John David Washington ha recitato in BlackKklansman) o il
nuovo John Singleton, e un’attrice fallita il cui unico sogno sarebbe stato
quello di recitare nel capolavoro che il suo compagno ha scritto (forse) ispirandosi a lei.giovedì 3 settembre 2020
TENET

Voto: 4 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)
giovedì 17 ottobre 2019
Joker
4) perché Joker è un film che a un secondo livello di analisi parla di conflitti di classe, di una città che brucia di rabbia e di un'economia sanguisuga che toglie alla gente il diritto di essere curati, di avere un lavoro, finanche di esistere. E se la sola risposta che Gotham riesce a dare è affidare il suo futuro a un miliardario di nome Thomas Wayne, il punto diventa allora come trasformare una rabbia individuale in sommossa collettiva: la risposta è nascosta dietro a inquietanti maschere da clown (che ricordano quelle di V for vendetta, serie a fumetti scritta dalla stesso Alan Moore) che fanno dell’angoscia non solo la cifra stilistica di questo Joker, quanto quella ideologica a simboleggiare un mondo alla deriva che si consuma una sigaretta dopo l'altra;giovedì 14 febbraio 2019
Il corriere - The Mule
1) perché Clint Eastwood non ha paura di invecchiare e a 89 anni sembra solo volersi godere l'ultimo (?) viaggio a bordo del suo pick-up Ford diventando un corriere della droga (un "mulo" appunto), anzi il numero uno tra i corrieri, e usare bene il poco tempo che gli resta a disposizione: ma a muoverlo non sono i soldi quanto il desiderio di non avere rimpianti e di mettersi in pari con la sua famiglia, i suoi amici reduci, finanche gli stessi capi della droga (su tutti un Andy Garcia in stato di grazia) che ne hanno riconosciuto immediatamente il grande coraggio e lo smisurato senso del dovere; 2) perché Clint Eastwood non ha paura di sembrare ridicolo ballando con fare goffo e impacciato, ammettendo di non saper mandare messaggi col cellulare come un anziano qualunque, o avendo improbabili incontri "romantici" che mettono a serio rischio il suo cuore: lo fa invero, anche grazie a una regia volutamente asciutta ed essenziale, per sottolineare tutta la sua fragilità, le sue debolezze e la sua vecchiaia. E se solo gli occhi (di ghiaccio) sembrano essere rimasti gli stessi, tutto il resto è diventato decadente e malinconico come la canzone di Johnny Cash che canticchia in uno dei suoi viaggi dal Mexico a Chicago;
3) perché Clint Eastwood non ha paura di sembrare politicamente scorretto e ne ha per tutti, ma sempre con quel sorriso meraviglioso stampato in faccia e soprattutto senza un briciolo di razzismo: che siano "lesbiche" cui dà consigli per riparare la moto, "negri" che è felice di aiutare a cambiare una gomma bucata, "mangiafagioli" cui offre il pranzo, non c'è una volta in cui non sia mosso da buoni sentimenti grazie ai quali tutti finiscono per passarci sopra facendogli l'occhiolino, lasciandosi aiutare, diventando suoi amici. In fondo è un veterano della guerra di Corea (altra strizzata d'occhio a Gran Torino) cui tutto si permette perché ormai è innocuo e non può più fare del male a nessuno;
4) perché Clint Eastwood non ha paura di morire e, anche se la morte è presente in tutto il film (così come in quasi tutti i suoi film), ne parla in modo dolce e delicato come se non fosse una questione da temere, solo da gestire con coscienza. Una tappa qualunque di un viaggio che deve portare a termine, senza multe né intoppi, che noi abbiamo il privilegio di osservare tifando per lui (tra l'altro sospendendo ogni giudizio sulla moralità delle sue azioni...) ogni volta che un poliziotto o un agente delle DEA (un ottimo Bradley Cooper ancora con lui dopo American Sniper) lo stanno per smascherare;
5) perché Clint Eastwood non ha paura di affrontare le conseguenze delle sue azioni e alla fine rifugge da ogni facile scappatoia. Chiedendo, infatti, scusa a tutto e tutti, va oltre i confini della sala cinematografica: perché se nella vita ha commesso tanti errori, alcuni irreparabili, e troppe volte è stato egoista mettendo se stesso (e i suoi fiori) davanti ai propri cari, ora è arrivato il momento di espiare ogni colpa di cui si è macchiato, quelle di corriere della droga, quelle di padre e marito assente, ma soprattutto quelle di Uomo. Voto: 3 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)
giovedì 1 febbraio 2018
Tre manifesti a Ebbing, Missouri
1) perché Frances McDormand (moglie di Joel Coen e già splendida protagonista di Fargo per cui giustamente vinse l'Oscar) è Mildred, una madre furiosa a causa dello stupro e dell'omicidio della figlia, in cerca di giustizia e vendetta proprio come lo era Beatrix Kiddo (Uma
Thurman), la Sposa di Kill Bill. Ispirandosi addirittura a John Wayne nella camminata, l'attrice qui premiata con il Golden Globe come miglior protagonista e nominata agli Oscar, è una donna che non si arrende di fronte a nessuno, capace con la sua rabbia e le sue azioni di generare un vortice di conseguenze quasi sempre catastrofiche: un vero e proprio cowboy in gonnella che affitta tre cartelloni pubblicitari per gridare al mondo tutta la sua ira verso la polizia, colpevole - per lo meno a suo dire - di non fare nulla per trovare l'assassino della figlia, un giustiziere solitario senza paura e con niente da perdere perché tanto ha già perso tutto;













