domenica 7 febbraio 2021

Malcom & Marie

5 buoni motivi per cui una lite infinita tra due innamorati può diventare un ottimo film d’autore:


1) perché i due meravigliosi protagonisti, John David Washington (figlio di Denzel, recentemente ammirato in TENET) e Zendaya (giovane cantante e attrice resa famosa dalla serie tv Euphoria), danno vita a una performance fisica al limite della perfezione, dove vanità e invidia sono direttamente proporzionali alla rabbia innescata da un mancato grazie che doveva esser detto nel momento giusto. E così il momento più bello della vita dell’uno diventa per l’altra l’occasione per una recriminazione a lungo sepolta sotto la vanagloria e l’egocentrismo del compagno regista, innescando un sempre più asfissiante gioco al massacro tra i due ma soprattutto tra loro due e gli spettatori;

2) perché la sceneggiatura, ridotta al minimo e interamente basata sulla potenza e sulla ferocia dei dialoghi, assume da subito le sembianze di una violenta partita di tennis: tra continui rimandi dalla vita reale dei due alla finzione del film di Malcom, il pubblico non riesce a staccare gli occhi dalla loro lite guardando prima il devastante servizio dell’uno e poi la maligna risposta l’altra, il dritto con cui lui cerca disperatamente di mandarla fuori dal campo e l’eroico tentativo di recuperare il punto di lei;

3) perché, girato in piena pandemia, è un film dall’impianto teatrale dove gli opposti non smettono mai di attrarsi: i due attori che si insultano, si allontanano, per poi cercarsi immediatamente dopo; la perfetta fotografia in bianco e nero che tutto enfatizza (l’unico tocco di colore è il rosso iniziale del logo di Netflix); il silenzio totale di alcuni momenti cui fanno da contraltare le grida e gli insulti; le quattro mura (si fa per dire) di una casa che li contiene in modo claustrofobico e gli spazi apparentemente infiniti che stanno attorno e dove loro rifuggono;

4) perché è una storia talmente cruda, per regia e scrittura, da diventare un coraggioso manifesto di quello che dovrebbero fare (certe) pellicole: vale a dire, a detta dello stesso Malcom, arrivare dritto al cuore degli spettatori, elettrizzarli senza costringerli a cercare per forza un significato dietro alle intenzioni del regista, piuttosto che una qualsivoglia lettura politica nascosta nelle pieghe della sceneggiatura;

5) perché è un film per chi davvero ama il cinema nella sua infinita potenza comunicativa, pieno zeppo di citazioni mai gratuite visto che a parlare sono appunto un egocentrico regista, da tanti acclamato come il nuovo Spike Lee (per cui John David Washington ha recitato in BlackKklansman) o il nuovo John Singleton, e un’attrice fallita il cui unico sogno sarebbe stato quello di recitare nel capolavoro che il suo compagno ha scritto (forse) ispirandosi a lei.
 

Voto: 3 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)


giovedì 3 settembre 2020

TENET

5 buoni motivi per cui TENET iuc rep ivitom inoub 5:


1) perché non è solo un film sui viaggi nel tempo, anzi non lo è proprio per lo meno nel senso tradizionale che oggi attribuiamo a questo genere di film (il facile rimando va a Donnie Darko, Ritorno al futuro, Terminator e da certi punti di vista anche a Interstellar dello stesso Nolan): TENET è piuttosto un film sui viaggi "dentro al tempo" che, come viene detto al Protagonista e con una parziale rottura della quarta parete pure a noi, non bisogna cercare di capire ma ci si deve affidare all'intuito perché le immagini valgono più delle parole. Anche le spiegazioni dei personaggi che inframezzano le scene di azione, lasciano spesso il tempo che trovano e paradossalmente rendono ancor più confusionario per lo spettatore comprendere quello che sta succedendo;

2) perché TENET è intrattenimento puro, a metà tra una spy story alla James Bond e un ironico e adrenalinico heist movie: un film visivamente potente e muscoloso, a tratti senza limiti, in grado di restituire tutta la grandezza del cinema in un crescendo di spettacolarità, anche per merito di una colonna sonora incalzante che per 150 minuti alimenta una sensazione di costante oppressione; 

3) perché i protagonisti sono perfetti anche se a tratti si comportano in modo freddo e poco coinvolgente: da John David Washington (figlio del celebre Denzel e recentemente apprezzato nel meraviglioso BlacKkKlansman di Spike Lee), alias "il Protagonista", che recita con una fisicità e un’autoironia degne del miglior 007, a un Robert Pattinson che, in attesa di indossare il costume di Batman e smarcatosi dal dover dimostrare che è un attore enorme, è strepitoso nel ruolo di uno scienziato dandy sempre pronto all'azione; dalla fredda, algida e bellissima, Elizabeth Debicki nel ruolo di una bond-girl da salvare, al cattivissimo Kenneth Branagh che vuole distruggere il mondo, geniale nel suo essere un villain tanto antipatico quanto stereotipato;

4) perché contiene tutta la filosofia e l’ingegno di Nolan, sapientemente nascosti in un puzzle spazio-temporale dove (come spesso succede nei suoi film) le emozioni vengono volutamente accantonate per lasciar modo alla tensione di emergere. Da Memento a The Prestige, da Inception a Interstellar, passando attraverso i vari Batman, Insomnia e al capolavoro assoluto Dunkirk, TENET è senza dubbio il film più ambizioso del regista britannico che, forse proprio per questo motivo, si diverte in un’opera di ingegneria cinematografica a riavvolgere la storia a suo piacimento grazie a un raffinato gioco di incastri avanti e indietro (letteralmente) tra presente, passato e futuro attraverso flussi temporali tanto lineari quanto intricati;

5) perché è il film giusto per tornaral cinema e ripartire dopo che la pandemia ha messo in ginocchio (tra le tante) l’industria cinematografica: in TENET, infatti, tutto ruota attorno a una catastrofe annunciata (peggiore di qualunque altro olocausto) che il Protagonista dovrà sventare per provare a salvare il mondo. In questi mesi di attesa, sono cresciute moltissimo le aspettative attorno a questo film misterioso e "crepuscolare", alla sua trama e a cosa si nasconde dietro alla parola TENET: oggi, se si abbandona la presunzione di diventare dei fisici quantistici in grado di maneggiare il concetto di entropia, si riesce davvero a divertirsi dentro a una giostra circolare (e palindroma) che finisce quando la storia inizia con un futuro ancora tutto da scrivere.


Voto: 4 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)




giovedì 17 ottobre 2019

Joker

5 buoni motivi per cui Joker è il film dell’anno:


1) perché una colonna sonora maestosa ci accompagna con fare evocativo durante la trasformazione di Arthur Fleck nel Joker: lo fa da un lato con meravigliosi brani come Smile e That’s life di Frank Sinatra a fare da sfondo alle scene più importanti, dall’altro con la partitura classica firmata da Hildur Guðnadóttir, compositrice islandese che affidandosi a oscuri violini, sintetizzatori e percussioni ha creato cupe composizioni capaci di evocare magnificamente lo stato d’animo del suo protagonista;

2) perché Joaquin Phoenix è magnetico, intenso come non mai, un folle semplicemente perfetto. Ma al tempo stesso, nella sua sofferta inquietudine, riesce ad apparire anche fragile, imprevedibile e a volte dolorosamente insopportabile. Una recitazione sempre sopra le righe ma mai eccessiva, oltre venti chili persi per risultare ancor più disperato, ma soprattutto un'inquietante risata emblema ultimo della pazzia, ad accompagnare la sua lotta contro una società nemica. Richiamando esplicitamente il Travis Bickle di Taxi Driver (e qui si apre il cerchio con De Niro), Phoenix mette in scena un male reale e diffuso, che porta un individuo disfunzionale qual è Arthur ad essere elevato a simbolo del conflitto sociale; 

3) perché Todd Phillips, fino a questo momento regista solo di commedie sgangherate, è una sorprendente scoperta sia a livello visivo che psicologico, tanto da vedersi consegnare il Leone d'Oro alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia. Tutto ciò al netto di un confronto impari con Scorsese che viene omaggiato di continuo non solo nei rimandi a Taxi Driver ma anche a Quei bravi ragazzi (ancora De Niro) e sopratutto a Re per una notte dove sempre De Niro, pur di diventare un comico affermato, arriva a sequestrare il presentatore di un noto show televisivo. Grazie a una storia che sta tra realtà e finzione, Phillips disegna una Gotham City povera e violenta, simile alla New York degli anni '70, con uno stile sempre sospeso tra il patinato e il ruvido: ci racconta un personaggio noto a tutti ma in modo nuovo e originale perché se è vero che Joker si ispira a The Killing Joke di Alan Moore, nello sviluppo ne prende volutamente le distanze; 

4) perché Joker è un film che a un secondo livello di analisi parla di conflitti di classe, di una città che brucia di rabbia e di un'economia sanguisuga che toglie alla gente il diritto di essere curati, di avere un lavoro, finanche di esistere. E se la sola risposta che Gotham riesce a dare è affidare il suo futuro a un miliardario di nome Thomas Wayne, il punto diventa allora come trasformare una rabbia individuale in sommossa collettiva: la risposta è nascosta dietro a inquietanti maschere da clown (che ricordano quelle di V for vendetta, serie a fumetti scritta dalla stesso Alan Moore) che fanno dell’angoscia non solo la cifra stilistica di questo Joker, quanto quella ideologica a simboleggiare un mondo alla deriva che si consuma una sigaretta dopo l'altra;

5) perché non c'è nessun dubbio che questo Joker non sia un folle qualunque, bensì il vero arcinemico e nemesi di Batman, ragione ultima della sua stessa esistenza: eroe ed anti-eroe, uno nero l'altro variopinto, uno perennemente arrabbiato l'altro sempre ghignante, uno rigido e morale l'altro imprevedibile e anarchico. Ma se è noto come Bruce Wayne sia diventato Batman (tanto che qui bastano un paio di veloci rimandi a villa Wayne e alla scena dell'assassinio dei suoi genitori fuori dal teatro) perché tanto tutto è già stato narrato, nulla invece si conosce delle origini del Joker: per questa ragione Joker non tralascia niente e, anzi, entra così tanto nel dettaglio da arrivare infine a farci dubitare della sua stessa autenticità. 


Voto: 4 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)





giovedì 14 febbraio 2019

Il corriere - The Mule

5 buoni motivi per cui Il Corriere - The Mule è un film che non ha paura di niente:


1) perché Clint Eastwood non ha paura di invecchiare e a 89 anni sembra solo volersi godere l'ultimo (?) viaggio a bordo del suo pick-up Ford diventando un corriere della droga (un "mulo" appunto), anzi il numero uno tra i corrieri, e usare bene il poco tempo che gli resta a disposizione: ma a muoverlo non sono i soldi quanto il desiderio di non avere rimpianti e di mettersi in pari con la sua famiglia, i suoi amici reduci, finanche gli stessi capi della droga (su tutti un Andy Garcia in stato di grazia) che ne hanno riconosciuto immediatamente il grande coraggio e lo smisurato senso del dovere; 

2) perché Clint Eastwood non ha paura di sembrare ridicolo ballando con fare goffo e impacciato, ammettendo di non saper mandare messaggi col cellulare come un anziano qualunque, o avendo improbabili incontri "romantici" che mettono a serio rischio il suo cuore: lo fa invero, anche grazie a una regia volutamente asciutta ed essenziale, per sottolineare tutta la sua fragilità, le sue debolezze e la sua vecchiaia. E se solo gli occhi (di ghiaccio) sembrano essere rimasti gli stessi, tutto il resto è diventato decadente e malinconico come la canzone di Johnny Cash che canticchia in uno dei suoi viaggi dal Mexico a Chicago; 

3) perché Clint Eastwood non ha paura di sembrare politicamente scorretto e ne ha per tutti, ma sempre con quel sorriso meraviglioso stampato in faccia e soprattutto senza un briciolo di razzismo: che siano "lesbiche" cui dà consigli per riparare la moto, "negri" che è felice di aiutare a cambiare una gomma bucata, "mangiafagioli" cui offre il pranzo, non c'è una volta in cui non sia mosso da buoni sentimenti grazie ai quali tutti finiscono per passarci sopra facendogli l'occhiolino, lasciandosi aiutare, diventando suoi amici. In fondo è un veterano della guerra di Corea (altra strizzata d'occhio a Gran Torino) cui tutto si permette perché ormai è innocuo e non può più fare del male a nessuno; 

4) perché Clint Eastwood non ha paura di morire e, anche se la morte è presente in tutto il film (così come in quasi tutti i suoi film), ne parla in modo dolce e delicato come se non fosse una questione da temere, solo da gestire con coscienza. Una tappa qualunque di un viaggio che deve portare a termine, senza multe né intoppi, che noi abbiamo il privilegio di osservare tifando per lui (tra l'altro sospendendo ogni giudizio sulla moralità delle sue azioni...) ogni volta che un poliziotto o un agente delle DEA (un ottimo Bradley Cooper ancora con lui dopo American Sniper) lo stanno per smascherare;
       
5) perché Clint Eastwood non ha paura di affrontare le conseguenze delle sue azioni e alla fine rifugge da ogni facile scappatoia. Chiedendo, infatti, scusa a tutto e tutti, va oltre i confini della sala cinematografica: perché se nella vita ha commesso tanti errori, alcuni irreparabili, e troppe volte è stato egoista mettendo se stesso (e i suoi fiori) davanti ai propri cari, ora è arrivato il momento di espiare ogni colpa di cui si è macchiato, quelle di corriere della droga, quelle di padre e marito assente, ma soprattutto quelle di Uomo. 


Voto: 3 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)









giovedì 1 febbraio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

5 buoni motivi per cui Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film rabbioso ma allo stesso tempo dolce che sta meravigliosamente a metà tra Quentin Tarantino e i fratelli Coen:


1) perché Frances McDormand (moglie di Joel Coen e già splendida protagonista di Fargo per cui giustamente vinse l'Oscar) è Mildred, una madre furiosa a causa dello stupro e dell'omicidio della figlia, in cerca di giustizia e vendetta proprio come lo era Beatrix Kiddo (Uma Thurman), la Sposa di Kill Bill. Ispirandosi addirittura a John Wayne nella camminata, l'attrice qui premiata con il Golden Globe come miglior protagonista e nominata agli Oscar, è una donna che non si arrende di fronte a nessuno, capace con la sua rabbia e le sue azioni di generare un vortice di conseguenze quasi sempre catastrofiche: un vero e proprio cowboy in gonnella che affitta tre cartelloni pubblicitari per gridare al mondo tutta la sua ira verso la polizia, colpevole - per lo meno a suo dire - di non fare nulla per trovare l'assassino della figlia, un giustiziere solitario senza paura e con niente da perdere perché tanto ha già perso tutto; 

2) perché la sceneggiatura del regista Martin McDonagh (premiata sia a Venezia che ai Golden Globe e nominata agli Oscar) è un po' un western alla Django Unchained e un po' una dark comedy con uno stile che ricorda l'umorismo nero de Il grande Lebowsky: Tre manifesti a Ebbing, Missouri danza sulle note di un rocambolesco miscuglio di razzismo e omofobia, rabbia e violenza, ma anche su quelle dell'amore e della generosità. E in questo senso il personaggio più compassionevole si dimostra un sempre più enorme Woody Harrelson (tra le altre cose protagonista nel '94 di Natural Born Killers la cui prima sceneggiatura venne scritta proprio da Tarantino, seppur poi radicalmente modificata da Oliver Stone) nei panni di Bill Willoughby: destinatario diretto delle accuse di Mildred in quanto capo della polizia di Ebbing, si rivela capace di sfumature impensabili e di gesti infinitamente magnanimi (per quanto brutali...) pur di aiutarla a scoprire la verità; 


3) perché Sam Rockwell (anche lui Golden Globe come migliore interpretazione da non protagonista e nominato agli Oscar) è gigantesco nell'impersonare un agente brutale ai limiti dell'idiozia, l'esatto opposto della poliziotta interpretata dalla stessa Frances McDormand in Fargo. Pur essendo il peggio del peggio della polizia di Ebbing, per quanto capace di atti violenti e razzisti verso tutto e tutti, in fondo non è nient'altro che un irrisolto mammone dal cuore smisurato: la dimostrazione vivente che le azioni di Mildred e (il sacrificio) di Willoughby possono servire a qualcosa e che anche gli esseri umani più disperati hanno la possibilità di intraprendere viaggi verso luoghi inesplorati quando si abbandonano alla calma e all'amore; 

4) perché Ebbing Non è un paese per vecchi ma semplicemente una surreale cittadina dell'America del sud intrisa di un rancore a tratti viscerale: che tu trapassi il pollice di un dentista col suo trapano o butti dalla finestra un venditore di annunci pubblicitari o sfiguri un poliziotto con delle bombe molotov, tanto non ti succederà niente perché in fondo ogni azione si giustifica come conseguenza di quella prima! Tuttavia, in questo concentrato di violenza che innesca solo altra violenza come fosse un incendio che si autoalimenta con l'odio, quando meno te lo aspetti è proprio quel fuoco dirompente a risolvere ogni cosa diventando una luce nella notte che illumina anche le anime più oscure, finalmente in grado di perdonare e andare oltre;

5) perché al netto dei rimandi a Tarantino e ai Coen, McDonagh crea uno stile suo, sempre in bilico tra il comico e il drammatico, per raccontare un'America profondamente disillusa e capace di atti estremi dal punto di vista fisico e morale. Ma dopo aver ammiccato alla furia di alcune scene de Le Iene o de L'uomo che non c'era, il regista britannico riesce infine a disseppellire le coscienze dei suoi personaggi, i quali (dopo aver inizialmente affidato a tre manifesti un messaggio pieno di rabbia) si riscattano proprio grazie a tre lettere dense d'umanità: si chiude così un cerchio perfetto con un dialogo poetico che, pur senza risolvere il dilemma tra giusto e sbagliato di cui tutto il film è pregno, ha il merito di indicarci la strada della redenzione e della speranza.


Voto: 3 stelline e mezzo (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)




martedì 23 gennaio 2018

Knight of Cups

5 buoni motivi per cui Knight of Cups è il capolavoro allegorico di Terence Malick, perfettamente in bilico tra filosofia e metafisica:


1) perché Knight of Cups è un flusso di coscienza ininterrotto che ci mette in contatto con le le più profonde sfumature filosofiche del cinema di Terence Malick, qui a livelli di assoluta perfezione estetica e stilistica. La sua è una poetica d'avanguardia, sempre più sperimentale e astratta, che senza mai risultare vaga né confusa ci mostra la metaforica "ricerca della perla" in cui è impegnato il peregrino errante protagonista del film: Christian Bale, già Cavaliere Oscuro nei panni di Batman, diventa il "Cavaliere di Coppe" (figura dei tarocchi), uno sceneggiatore di Hollywood depresso per la morte del fratello di cui si sente colpevole, che si muove verso la trascendenza cercando il senso ultimo della vita, mentre una voce fuori campo - tratto sempre più distintivo di Malick - ci accompagna nel suo peregrinare non prestando caso a quello che succede intorno a lui, ai dialoghi né tanto meno a una appena accennata trama;


2) perché il processo di "depersonalizzazione" degli attori iniziato da Malick con To The Wonder, fa ruotare personaggi di cui a malapena conosciamo i nomi esclusivamente attraverso quello che accade intorno a loro, astraendoli e rendendoli metafore ambulanti in cerca di amore. Allora Bale ma anche Cate Blanchett, Natalie Portman e le altre carte dei tarocchi (a ciascuna delle quali è dedicato uno degli otto capitoli in cui è diviso il film) diventano l'essenza di tutta l'umanità e le loro vite sono spese a testimoniare e sperimentare. I loro sguardi sono ciò che conta, i loro corpi diventano mezzi attraverso i quali le anime camminano attraverso il mondo, rendendo il film del tutto indipendente dai personaggi stessi... ridotti infine a semplici punti di connessione delle immagini;



3) perché la musica scelta da Malick per accompagnare i pensieri del Cavaliere e di tutte le altre figure che - danzando - si alternano nel susseguirsi dei capitoli, è talmente potente e al tempo stesso leggera da riuscire a fondersi emozionalmente con ogni luogo mostrato: in un arido deserto o davanti all'oceano sconfinato, nella hall di un gelido palazzo postmoderno o in un incantevole giardino zen, una ubiqua musica ultraterrena non smette mai di accompagnarci nella ricerca spirituale di un senso definito e definitivo delle cose;  

4) perché la dolce serenità della fotografia di Emmanuel Lubezki (tre volte premio Oscar per Gravity, Birdman e Revenant), assume costantemente valore di significato con risultati a dir poco sorprendenti: così un'autostrada dove milioni di macchine sciamano come elettroni diventa un affascinante albero cosmico, mentre uno strip club ci appare come uno scintillante e psichedelico angolo di inferno, rendendo infine ancora più densa la metafora di Malick;

5) perché il messaggio che la scomparsa di ogni cosa ci porta in dono nell'ultima scena, per quanto ambiguo e disorientante, diventa LA domanda: "Dove stiamo andando davvero?" E quando, infatti, il Cavaliere abbandona il tempio e scompare per dare spazio alla luna, la telecamera di Malick si muove verso l'altro con un movimento misterioso e imperscrutabile verso l'infinito, lasciandoci in dote un messaggio che potrebbe essere indifferentemente positivo o negativo... a seconda del fatto che il Destino decida di mostrarci la carta dei tarocchi al dritto o al rovescio.



Voto: 4 stelline (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)

www.theknightofcupsmovie.com









lunedì 30 ottobre 2017

IT

5 buoni motivi per cui la nuova trasposizione di IT è un film che tutto sommato "galleggia" al di sopra della mediocrità:


1) perché questo IT non è un horror e, al di là di qualche inconsapevole dodicenne, non soddisfa fino in fondo gli appassionati del genere: forse in questi anni ci siamo abituati troppo alla figura di Pennywise, entrato a buon diritto nel "club dei nuovi mostri" con Freddy, Jason e Pinhead, per poter essere realmente spaventati dai continui jumpscares di cui è farcito il film. O forse il vero punto di forza del Pennywise anni '90 di Tim Curry (per quanto encomiabile anche l'attuale interpretazione di Bill Skarsgard) era proprio il contrasto tra il realismo del clown quando si mostrava in momenti di apparente tranquillità e il terrore che invece generava quando assumeva sembianze mostruose. Tuttavia, per dovere di cronaca, il nuovo Pennywise è molto più fedele alla descrizione del pagliaccio maligno e agghiacciante fatta da Stephen King nel suo capolavoro rispetto a quello della miniserie televisiva;

2) perché, anche se come detto vive più di suspense che di paura vera e propria, IT resta un eccezionale film di azione e di intrattenimento che grazie a una sceneggiatura oltremodo solida, un montaggio veloce e una musica incalzante, riesce a far correre la tensione e l'adrenalina di pari passo con le emozioni dei suoi giovani protagonisti: in una atmosfera tipicamente anni '80 (grande cambiamento questo rispetto agli anni '50 narrati nel romanzo) questo IT  è una pellicola che, sicuramente in modo voluto e tutto sommato anche un po' furbo, strizza spesso l'occhio a due meraviglie quali i Goonies prima e Stranger Things poi;

3) perché, come tante altre opere di Stephen King, rimane una storia di formazione in cui le emozioni legate all'innocenza dell'essere bambini si scontrano di continuo non solo col soprannaturale ma sopratutto con gli orrori e la cattiveria degli adulti (con dichiarati rimandi a Stand by me). Da questo punto di vista, la prima parte di IT prepara alla perfezione il terreno per la battaglia finale che i bambini divenuti adulti dovranno combattere dopo 27 anni (quindi più o meno ai giorni nostri): nel 2019, infatti, rincontreremo tutti i Perdenti pronti a scontrarsi per l'ultima volta con quello che Pennywise rappresenta... vale a dire il male nella sua incarnazione più mostruosa;

4) perché l'IT di Muschietti ambisce a essere una fedele trasposizione di quella pietra miliare della letteratura kinghiana che è il romanzo nonostante le tante diversità più o meno esplicite. Al di là del cambiamento storico, è vero che mancano alcuni elementi fondamentali (la Tartaruga su tutti, qui presente solo in una versione... Lego) ma quello che in fondo davvero importa è il non aver smarrito lo spirito del romanzo e le sue atmosfere: certo, nelle storia di Stephen King emergeva in modo molto più netto il marciume che si cela dietro ogni apparente normalità (di per sé anche senza la metafora del mostro), però almeno non viene perso quel senso di appartenenza a un gruppo e quella nostalgia dell'essere bambini che litigano, si picchiano, fanno la pace e si innamorano; 


























5) perché dove invece il film funziona davvero bene e riesce piacevolmente a stupire, è quando fa interagire i ragazzi tra loro mostrando da un lato la tenerezza della loro amicizia, e dall'altro le pulsioni legate all'odio e alla rabbia che provano. Soprattutto in alcune scene "di normalità" dove non si avverte il terrore dell'esperienza soprannaturale che stanno vivendo, i Perdenti riescono a essere quasi sempre poetici nei dialoghi, nelle azioni e nelle emozioni: indimenticabile la scena della cava quando, dopo aver sconfitto la paura dell'altezza tuffandosi uno dopo l'altro, li guardiamo con dolcezza mentre ammirano estasiati Beverly (un'incantevole Sophia Lillis) prendere innocentemente il sole in mutandine e reggiseno.


Voto: 2 stelline e mezzo (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)

itthemovie.com