

3) perché la svolta finale (semplicemente perfetta) che "dipana la matassa", ha sul pubblico la stessa potenza esplosiva di quella di Interstellar: e se Nolan si limitava a chiudere il cerchio, come già aveva fatto in Inception e in The Prestige, qui Villeneuve va addirittura oltre invitando tutti a riflettere in modo profondo sulle scelte e sulle possibilità che a volte ci vengono donate;
4) perché come in Incontri ravvicinati del terzo tipo Spielberg aveva fatto dei temi del linguaggio e della (mancanza) di comunicazione una componente basilare, anche gli alieni di Arrival si dimostrano interessati a un pacifico e costruttivo dialogo con i terrestri, nonostante le difficoltà legate alla barriera linguistica (e fisica). Volontà che però non viene contraccambiata da tutte la Nazioni, alcune della quali sono pronte a far esplodere da un momento all'altro la loro latente aggressività: il messaggio allegorico che già emergeva dal racconto di Ted Chiang da cui il film è tratto, è ovviamente quello legato alla pericolosità di isolarsi in questo momento storico, finendo col vedere lo straniero/alieno solo come una minaccia;
5) perché il talento visivo di Denis Villeneuve (già autore degli ottimi Prisoners e Sicario) fa ben sperare per il sequel di Blade Runner che il regista canadese sta ultimando. La sua macchina da presa si muove con disinvoltura e naturalezza tra suggestive inquadrature in penombra e opprimenti scene in cui la nebbia la fa da padrona, tra la misteriosa essenzialità degli alieni e l'imponenza delle loro astronavi, tra il panico che si sta diffondendo a livello mondiale e le pacate inquietudini interne di Amy Adams, tra il minimalismo delle parole e gli ampi dubbi filosofici che ci vuole instillare: ne esce un film d'autore meravigliosamente a metà tra fantascienza esistenziale e un raffinato thriller psicologico.
Voto: 3 stelline e mezzo (ovviamente nella scala del Mereghetti dove il massimo è 4)
www.arrivalmovie.com
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